Liberalizzazione a servizio dello sviluppo del settore o strumento nelle mani delle lobby contro il Gestore?

L’incapacità  della Politica di individuare  misure in grado di fronteggiare la crisi, che dal 2007 ad oggi ha colpito diffusamente i principali settori economici, e di prevedere, nel complesso scenario  normativo di riferimento, il giusto assetto riformatore del nostro quadro giuridico, attraverso il quale rispettare le prescrizioni dettate da Bruxelles preservando altresì le caratteristiche del nostro sistema produttivo locale, sta mettendo a dura prova la tenuta delle nostre PMI e delle professioni locali.  Soprattutto in alcuni comparti strategici per la nostra economia,  si registrano dati drammatici che  rilevano un trend costante di cessazioni di attività e perdite di  posti di lavoro. In particolare, il  settore della distribuzione carburanti in Sicilia vive da anni un crollo del proprio volume di affari che si attesta a una perdita media del  20% di erogato per singola gestione. Un comparto dai numeri importanti che conta  quasi 2.300 impianti sull’Isola, rispetto al dato Nazionale pari a circa 24.000 unità, e che offre  lavoro a quasi 7.000 addetti.  In tale contesto la prospettiva di esporre al rischio del precariato,  in una regione che sfiora il 50% di disoccupazione giovanile, una figura come quella del gestore determinante per la sicurezza e la qualità dei servizi resi sulle stazioni di servizio,  a causa di scelte politiche, non dirette alla salvaguardia degli interessi diffusi del territorio ma rispondenti a logiche commerciali sostenute da chi fino ad oggi ha lavorato per costruire un mercato su cui esercitare la propria posizione dominante, induce le Rappresentanze dei gestori a mantenere alta l’attenzione nei confronti di ogni operazione tesa, attraverso improbabili invocazioni alla Liberalizzazione, a aumentare lo squilibrio nelle dinamiche negoziali tra proprietario/titolare di autorizzazionefornitore in esclusiva e titolare di licenza di esercizio.  A fronte di tali considerazioni, cresce la preoccupazione della categoria nei confronti dei richiami  alla liberalizzazione delle forme contrattuali, contenuti nella bozza del documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulla strategia energetica Nazionale, che tendono a un indebolimento delle norme specifiche di settore a tutela della parte economicamente più debole nei  negoziati di natura privatistica.  L’indirizzo che emerge in modo chiaro ed evidente, è quello di spingere verso la disapplicazione delle prescrizioni vigenti in materia di  contrattazione collettiva di cui Lgs. 32/98, Legge 57/2001, L. 111/2011 e L. 27 del 2012, che  fino ad oggi hanno rappresentato un importantissimo caposaldo a garanzia della necessità di  riequilibrare, mediante l’istituto della rappresentanza, il rapporto tra gestore e  compagnia/retista.  Il tentativo di Legittimare un fenomeno,  sempre più diffuso su tutto il territorio Nazionale, che vede le Compagnie scendere direttamente sul mercato per definire accordi economici cosi detti one to one con i singoli gestori, rappresenterebbe non solo un grande passo indietro nello scenario delle tutele poste a favore della parte più vulnerabile del rapporto negoziale, ma segnerebbe un drastico contraccolpo nei confronti degli argini per contrastare l’abuso della dipendenza  economica e per assicurare al gestore condizioni eque e non discriminatorie.  Semmai occorrerebbe prevedere, un più efficiente sistema di regole attraverso il quale ricomprendere, all’interno degli accordi economici  Nazionali siglati con le varie compagnie di bandiera, i requisiti  minimi che i retisti privati no logo  devono adottare nell’ambito dei rapporti con i titolari della licenza di esercizio. Bisogna cioè  evitare  forme di  discriminazione e favorire omogeneità di trattamento attraverso l’individuazione di parametri, determinati in sede di negoziazione degli accordi Nazionali con le rappresentanze di settore. Così come occorre definire un più efficiente sistema di controlli al fine di evitare che le Aziende adottino condizioni economiche differenti tra operatori dello stesso marchio che insistono in medesimi  emicicli geografici di riferimento, e vigilare con maggiore attenzione affinché i retisti rispettino quanto definito in sede di trattativa economica nazionale. Un aspetto quest’ultimo che sta diventando determinante in Sicilia, dove la percentuale degli impianti nelle mani dei privati ha superato la soglia del 60%. Un dato che  sembra  destinato a crescere.  Il quesito che si intende porre a coloro che sono preposti a definire le scelte sul futuro del settore, è se la liberalizzazione deve essere realmente uno strumento attraverso il quale consentire a questo particolare segmento di mercato di generare performance migliori e pertanto offrire prodotti/servizi di qualità superiore a prezzi più bassi o deve essere solo un mezzo con cui permettere ai detentori delle rendite di posizione, in ragione della crisi, di espellere la parte più debole della filiera al fine di appropriarsi della loro marginalità.  È chiara ormai la volontà delle  Compagnie, di  veicolare l’errato messaggio che il contenimento  dei prezzi del carburante deve passare attraverso la restrizione se non addirittura l’annullamento  del ruolo  del Gestore. In virtù di tale approccio,  infatti, le Aziende  hanno da tempo avviato  campagne commerciali con cui offrono sconti sull’erogato che transita attraverso le modalità di vendita senza l’assistenza del personale, costruendo attorno a tale impostazione la logica dello “schema tipo di accordo economico”,  che prevede l’applicazione di differenti politiche di pricing per le diverse forme di approvvigionamento quali il self o il servito. Un impianto contrattuale che prevede marginalità più basse per il gestore sui litri erogati attraverso il Self e che spinge l’automobilista ad approvvigionarsi da se attraverso l’adozione di un prezzo più basso per le forme di rifornimento automatiche.   Un modello della distribuzione carburante che rischia se mal governato di  proiettarsi, contravvenendo alle prescrizioni Comunitarie e Nazionali  sulla sicurezza, verso una rete sempre più selfizzata o totalmente ghost in cui il gestore in breve tempo farà  posto a qualche “laica” figura di Preposto alle dirette dipendenze della titolarità dell’impianto in cui sarà sempre più difficile, per l’automobilista,  trovare figure professionalizzate che oltre a disponibilità e cortesia garantiscano lo svolgimento di ogni operazione sui punti vendita  senza pericoli per l’incolumità propria e altrui.  Pertanto l’appello che il  comparto rivolge ai decisori politici, ad ogni livello sia Nazionale che locale, è di operare nel rispetto delle regole rimanendo aderenti agli obiettivi che la Comunità Europea ci indica, senza  che  questi vengano subordinati alle logiche particolari aziendali protese al conseguimento del mero profitto.

 

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